Produttività del lavoro nelle imprese italiane operanti nel settore dei servizi
Struttura produttiva, dinamiche competitive
e divari territoriali
In collaborazione con Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi del Molise
Le ragioni dello studio
Un problema di sistema, non di settore
Studiare le determinanti della produttività nel settore terziario non è un esercizio di contabilità aziendale: è una necessità strategica per la sopravvivenza economica del sistema Paese. Il terziario di mercato è oggi la principale fonte di occupazione in Italia (coinvolge oltre il 69% delle imprese), ma si trova al crocevia di una stagnazione trentennale.
Come emerge chiaramente dallo scenario geopolitico attuale, servizi efficienti sono la pre-condizione indispensabile per abbattere i costi di transazione e supportare la stessa manifattura italiana nei processi di servitization e re-shoring. Al contrario, un terziario a bassa produttività innesca un circolo vizioso insostenibile: salari compressi, contrazione della base imponibile e riduzione del gettito contributivo.
In un contesto di progressivo invecchiamento demografico, l’efficienza dei servizi diventa l’unico pilastro in grado di finanziare e mantenere in vita il nostro sistema di welfare pubblico. Competitività economica e sostenibilità sociale, quindi, camminano insieme.
La ricerca
Terziario italiano: un motore che non riesce ad accelerare
L’Italia affronta due debolezze strutturali: una frammentazione dimensionale estrema dominata da micro e piccole imprese (99,9% del totale) e una delle peggiori performance di produttività dell’area OCSE.
Questa ricerca dimostra l’esistenza di un nesso sistemico: la produttività del lavoro nei servizi non è un dato di fatto immutabile, ma l’esito diretto dell’interazione tra dimensione d’impresa, intensità di conoscenza del settore e contesto territoriale.
Risultati principali
213k€ vs 564k€
- Il peso della dimensione d’impresa. La scala come fattore abilitante
I ricavi operativi aumentano progressivamente con la crescita della scala aziendale: si passa infatti dai 180k€ per addetto delle piccole imprese fino a raggiungere i 221k€ delle grandi strutture. I dati dimostrano che la dimensione non è una semplice variabile descrittiva, ma il fattore abilitante fondamentale che permette alle aziende di sostenere i costi fissi dell’innovazione, adottare in modo efficiente le tecnologie digitali e accumulare capitale intangibile. - La polarizzazione settoriale: il profondo dualismo del terziario
Esiste un divario profondo e strutturale, superiore al 300% in termini di valore aggiunto, tra i comparti avanzati e i segmenti tradizionali. Da un lato, i settori ad alta intensità di conoscenza come i KIBS (Knowledge Intensive Business Services) e la logistica avanzata concentrano investimenti robusti e margini solidi. Dall’altro lato, i servizi alla persona operano in condizioni di forte fragilità, sono scarsamente capitalizzati e rimangono confinati a ricavi per addetto decisamente inferiori, pari a una media di 142k€. - La geografia dei divari: il focus sul “Caso Abruzzo”
La produttività in Italia risponde a una mappa geografica ben definita: le aree del Nord-Est e del Nord-Ovest beneficiano di ecosistemi territoriali avanzati e di forti economie di agglomerazione. Al contrario, i valori medi registrati al Centro e al Sud risultano sistematicamente inferiori. L’approfondimento verticale condotto su 861 imprese abruzzesi certifica questo gap: i ricavi per addetto sono fermi a 150k€ contro i 186k€ registrati nel resto d’Italia. La fase post-COVID, inoltre, non ha innescato un processo di convergenza (catching-up), mostrando una crescita puramente parallela che lascia intatti i vincoli strutturali della regione. - Il “Capital Deepening” post-pandemico: una ripresa a due velocità
Nel triennio 2021-2023, i ricavi e l’attivo totale per addetto hanno registrato una crescita marcata, segnalando un importante processo di intensificazione del capitale (capital deepening) focalizzato su tecnologie e asset immateriali. Questa trasformazione si sta dimostrando tuttavia molto diseguale: le imprese medio-grandi stanno accelerando a un ritmo decisamente più rapido rispetto alle piccole, con il rischio concreto di aumentare la dispersione e i differenziali di efficienza interni al sistema produttivo. - La soglia dei 10 addetti: un salto di qualità nella produttività
Un approfondimento condotto su circa 35.000 microimprese e piccole imprese isola l’effetto del passaggio dalla fascia 4-9 addetti alla fascia di almeno 10 addetti. Il salto non è solo quantitativo: i ricavi per addetto crescono da circa 158k€ a oltre 180k€, il capitale per lavoratore aumenta in modo significativo e migliora anche la gestione della liquidità operativa. Superata questa soglia critica, inoltre, emerge un vero gradiente dimensionale interno: le imprese medie e grandi continuano a distanziarsi dalle piccole, sebbene con un salto meno netto rispetto alla prima transizione. Il segmento più critico in assoluto è quello delle microimprese (4-9 addetti) attive nei servizi alla persona. In questo comparto la crescita dimensionale, da sola, non basta a colmare il divario: il problema è strutturale al settore, non solo alla scala dell’impresa. - KIBS e Business Services: due destini opposti attorno alla soglia dei 10 addetti
Isolando KIBS e business services dal resto del terziario, il passaggio dalla fascia 4-9 addetti alla fascia 10-50 addetti produce effetti opposti nei due comparti. Nei KIBS la scala premia, nei business services accade l’opposto: superare la soglia dei 10 addetti è associato a un calo di produttività apparente, non a un aumento.Il confronto segnala quindi che la soglia dei 10 addetti non produce automaticamente un beneficio di scala: l’effetto dipende dal comparto e, nei business services, la crescita dimensionale sembra addirittura associata a una minore efficienza per addetto, in particolare nel contesto abruzzese. Per quanto riguarda i servizi alla persona, essi si collocano in una fascia intermedia: l’andamento per classe dimensionale è debole e non lineare. - La mappa dei settori a 2 cifre e il gradiente interno
Le macro-categorie usate nella ricerca (KIBS, logistica, business services, servizi alla persona) racchiudono al loro interno una forte eterogeneità. Scomponendo il campione per divisione ATECO a 2 cifre, i ricavi per addetto vanno da un massimo di circa 482k€ nei servizi finanziari e 459k€ nelle agenzie di viaggio, fino a un minimo di circa 79k€ nei servizi per edifici e paesaggio e 102k€ nella ristorazione: un differenziale interno al terziario molto più ampio di quello leggibile a livello di macro-settore. Il confronto con l’Abruzzo conferma il gap già documentato nel resto della ricerca, ma segnala anche due eccezioni: nel trasporto terrestre e nei servizi di architettura le imprese abruzzesi superano la media nazionale. - Sostenibilità e politica Industriale: la tenuta del sistema di welfare
Lo studio dimostra in modo netto che la politica industriale e la politica per i servizi non sono due obiettivi separati, ma rappresentano la stessa identica urgenza strategica. Le riforme e gli interventi volti a favorire una crescita dimensionale efficiente (in particolare accompagnando le imprese oltre la soglia critica dei 10 addetti), la transizione digitale e la riallocazione verso i comparti avanzati (KIBS) sono le uniche leve strutturali in grado di incrementare il valore generato, sostenere i salari e garantire nel lungo periodo la tenuta del sistema economico e del welfare pubblico.
I ricercatori
Giuliano Resce è Professore Associato di Economia presso l’Università degli Studi del Molise, dove è Delegato del Rettore per l’Internazionalizzazione, Presidente del corso di laurea magistrale Public and Health Economics e Direttore del Master in Integrated Data Analytics for Strategic Decisions. È CEO e Founder di Instant Analytics, spin-off accademico dell’Università del Molise specializzato in Intelligenza Artificiale e Data Analytics. Svolge attività di ricerca e consulenza per istituzioni nazionali e internazionali, tra cui Commissione Europea, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Banca Mondiale. Secondo il ranking IDEAS/RePEc è tra il 5% degli economisti più influenti al mondo per la produzione scientifica degli ultimi dieci anni.